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1 marzo 2011 21:30

Mobbing

La salute psicofisica del lavoratore può essere compromessa anche dalle condotte di dirigenti e colleghi, i quali possono porre in essere una serie di comportamenti vessatori, reteirati e duraturi, individuali o collettivi, nei confronti del lavoratore.

Secondo la recente giurisprudenza, il mobbing richiede che venga posta in essere una pluralità di atti e comportamenti, protratti nel tempo, con il fine di ledere il lavoratore e che portino, per le loro caratteristiche vessatorie, ad una lesione dell’integrità fisica e della personalità morale del soggetto (Cass. N. 22893/08, N. 22858/08).

Le suddette condotte, rappresentanti una violazione dell’obbligo di sicurezza posto dall’art. 2087 c.c. a carico del datore di lavoro e caratterizzate dalla persecuzione finalizzata all’emarginazione del dipendente, possono essere realizzate con comportamenti materiali o provvedimentali, indipendentemente dall’inadempimento di specifici obblighi contrattuali previsti dalla disciplina del rapporto subordinato.

Si distingue il mobbing gerarchico, ove gli abusi sono commessi da superiori del lavoratore, dal mobbing ambientale, ove tali condotte sono poste in essere dai colleghi dello stesso.

Per potersi parlare di mobbing, l’attività persecutoria deve durare più di sei mesi e deve essere funzionale all’espulsione del lavoratore, causandogli una serie di ripercussioni psico-fisiche che spesso sfociano in specifiche malattie ad andamento cronico.
In vero, in caso di mobbing al lavoratore viene riconosciuto sia il danno biologico che quello esistenziale e pertanto lo stesso ha diritto al risarcimento del danno che si prescrive entro dieci anni, decorrenti dalla manifestazione del danno e non dall’inizio delle vessazioni.
Secondo la sentenza n. 4776 del 2006 emanata dalla Suprema Corte “l’accertamento del danno del mobbing esige una valutazione complessiva degli episodi lamentati dal lavoratore, che devono essere valutati unitariamente, tenuto conto soprattutto dell’inidoneità offensiva della condotta del datore di lavoro, desunta dalle sue caratteristiche oggettive di persecuzione e discriminazione, risultanti a loro volta da una connotazione emulativa e pretestuosa”.


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